Il Prefetto di ferro

1 Mar

WALTER MOLINO

La trattano come una mafia di serie B. Eppure è il regno dell’ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. I riflettori non si sono mai accesi, se non per l’America’s cup o per la straordinaria rappresentazione della processione dei Misteri. Eppure a Trapani gli omicidi eccellenti li hanno fatti prima che a Palermo: il giudice Ciaccio Montalto nel 1983, la strage di Pizzolungo nel 1985 in cui il giudice Carlo Palermo rimase illeso e morirono una mamma con due bambini, e ancora il giudice Giacomelli nel 1988 e il fallito attentato al vicequestore Germanà nel 1992. C’è chi sostiene che la mafia sia nata qui. Di certo è riuscita a fondersi con la politica, la società civile e l’imprenditoria. Senza strafare, lavorando nell’ombra. E’ a partire dagli anni Settanta che ci si interroga su come sia possibile che una provincia, stabilmente agli ultimi posti della graduatoria del reddito e della qualità della vita, potesse vantare al contempo il più alto numero di sportelli bancari e finanziari. Un indizio è la massiccia presenza della massoneria, il risultato è una zona grigia melmosa e invadente più che in ogni altra parte dell’isola.

Un giorno di gennaio del 2003 il prefetto di Trapani Fulvio Sodano se la ritrovò di fronte nel suo ufficio. Erano venuti a trovarlo il presidente di Assindustria Marzio Bresciani, il direttore Francesco Bianco e l’imprenditore delle costruzioni Vito Mannina. Dovevano sottoporgli la nomina a Cavaliere del lavoro di Mannina. Che nel corso della visita approfittò per parlare al prefetto della sua intenzione di acquistare la Calcestruzzi ericina. Un’impresa confiscata al mafioso Vincenzo Virga nel 2000 che aveva visto crollare il fatturato dopo che la gestione era passata agli amministratori giudiziari. Improvvisamente i costruttori di Trapani e dintorni avevano deciso che lì non si doveva più comprare un grammo di calcestruzzo.

Appena insediatosi a Trapani il prefetto Sodano si era reso conto che sui beni confiscati alla mafia c’era qualcosa che non andava. Nei migliori dei casi restavano abbandonati, nei peggiori i mafiosi continuavano a farci i propri comodi. Come nella palazzina a tre piani in cui, nonostante la confisca, il boss Vincenzo Virga continuava a vivere con la sua famiglia. Il prefetto ordinò lo sgombero e nel 2001 il direttore tributario dell’Agenzia del Demanio, il geometra Francesco Nasca, consegnò le chiavi a Salvatore Lo Bue, un prete di frontiera impegnato in molte battaglie per la legalità che in quella casa avrebbe dovuto insediare una comunità giovanile. Quell’assegnazione durò solo qualche giorno: per qualche cavillo burocratico spuntato chissà come, l’Agenzia del Demanio di Trapani annullò il decreto. E quella palazzina rimase vuota per altri otto anni.

Sodano cominciò a sentire puzza di bruciato quando Mannina disse che l’acquisto dell’impresa era già stato concordato con il geometra Nasca. Il prefetto sapeva che da qualche tempo il geometra era stata sollevato dall’incarico proprio per una serie di irregolarità commesse nell’esercizio delle sue funzioni. Spiegò ai suoi interlocutori che per quanto lo riguardava si sarebbe opposto alla vendita. Negli ultimi tre anni, del resto, il prefetto si era molto speso per aiutare la Calcestruzzi ericina. Pensava che se l’azienda fosse fallita sarebbe stato un pessimo segnale: un’impresa che andava bene quando era della mafia e ridotta sul lastrico con la gestione dello Stato. Così Sodano aveva chiesto proprio al presidente di Assindustria Marzio Bresciani di spargere la voce tra i costruttori trapanesi che la Calcestruzzi ericina era in grado di fare ottimi prezzi, che comprare il cemento lì significava aiutare lo Stato e promuovere un processo di legalità. E le cose in effetti erano migliorate: i conti stavano tornando a posto e il lavoro degli operai era salvo. L’Ericina lavorava con prezzi onesti e divenne una sorta di spina nel fianco della mafia, minacciando il monopolio delle imprese colluse che i prezzi erano abituati a gonfiarli. E a Trapani stava arrivando roba grossa, i lavori per il rifacimento del porto, una montagna di denaro in un posto in cui gli appalti si pilotavano da soli. Il sistema era talmente oliato che i capitolati di gara si facevano su misura e le imprese aggiudicatarie sapevano già dove rifornirsi di inerti, sabbia, ferro e tutto quanto necessario

Tra i più inferociti contro la Calcestruzzi ericina e l’attivismo di Sodano c’era don Ciccio Pace, un boss di Paceco che con il risarcimento dello Stato per un’ingiusta detenzione si era comprato ufficialmente le quote di un’altra impresa che già controllava tramite prestanome, la Sicilcalcestruzzi. E’ lui che decide di agire. Quell’azienda gestita dagli amministratori giudiziari con criteri imprenditoriali, dava fastidio. Drogava il mercato di una chimica sconosciuta: la concorrenza. E le cosche che erano sempre riuscite a svuotare i provvedimenti di confisca, continuando a tenere il possesso illecito dei beni, segnavano il passo. La misura era colma, quel prefetto doveva sloggiare.

Fulvio Sodano, quella mattina di gennaio, nel suo studio ha una visione chiara della rappresentazione in corso. Ruoli e attori. Vito Mannina è l’imprenditore dal volto pulito. Avanza la richiesta di acquisto dopo aver messo sul tavolo le carte che ne provano le benemerenze da Cavaliere del lavoro, una trovata di una certa raffinatezza. Al geometra Nasca tocca il lavoro sporco. Ha già pronta una stima della Calcestruzzi ericina molto al di sotto del valore di mercato. L’impresa tornerà alla mafia a prezzo di realizzo. Nasca è tagliato per il ruolo. E’ un funzionario già compromesso, su di lui pende un’indagine interna. Prima di essere estromesso del tutto può ancora lavorare contro quello Stato di cui dovrebbe essere fedele servitore. Rimasto solo, il prefetto incrocia il suo volto riflesso sulla vetrata che si affaccia su piazza Vittorio Veneto. E vede un uomo col cerino in mano.

L’atmosfera si fa cupa. La Calcestruzzi ericina ha un impianto anche a Favignana. In una riunione il sindaco dell’isola spiega che una volta ultimati i lavori in corso per la realizzazione di una galleria, non ci sarà più bisogno di quell’impianto. Così a Favignana, se qualcuno avesse dovuto costruire qualcosa, avrebbe dovuto comprare il calcestruzzo a Trapani, con i relativi costi di trasporto. Il cerchio si chiude con le pressioni del potente senatore trapanese Antonio D’Alì, sottosegretario agli Interni quando ministro era Giuseppe Pisanu, attuale presidente della commissione antimafia. Nel corso di una cerimonia ufficiale convoca il prefetto e gli rimprovera il suo favoritismo nei confronti dell’Ericina. E’ il mondo alla rovescia: un rappresentante del governo che accusa un prefetto di favoreggiamento allo Stato contro le infiltrazioni mafiose. E’ l’ultimo atto. Nel luglio 2003, con un giorno di preavviso, Fulvio Sodano viene trasferito ad Agrigento. Senza una motivazione formale. Senza alcun riguardo per le sue condizioni di salute a causa delle quali aveva chiesto di rimanere ancora a Trapani.

Questa storia oggi è anche verità giudiziaria. La Calcestruzzi ericina non è tornata nelle mani della mafia. Il 13 marzo scorso i giudici del Tribunale di Trapani hanno scritto la parola fine condannando il geometra Nasca a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. In precedenza erano già stati condannati a sedici anni don Ciccio Pace e a sei anni il suo fido Vincenzo Mannina. Fulvio Sodano invece non è più prefetto neanche ad Agrigento e non ha potuto commentare la sentenza. Da qualche anno la sua malattia si è aggravata, vive inchiodato su una sedia a rotelle, è vigile ma ha perso l’uso della parola. Lo Stato non gli ha mai detto grazie.

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