Racket, arresti e confessioni

25 Mag

SALVO PALAZZOLO

Dopo le confessioni dell’ultimo pentito di Cosa nostra, Manuel Pasta, trenta commercianti del salotto buono di Palermo sono stati convocati negli ultimi giorni in caserma e si sono trovati di fronte a un bivio: ammettere o negare di aver pagato il pizzo ai mafiosi. Undici operatori economici hanno raccontato anni di intimidazioni e ricatti; tutti gli altri continuano a negare e adesso rischiano di finire sul banco degli imputati con l’accusa di aver favorito i loro estorsori, che sono stati arrestati questa notte dai carabinieri del comando provinciale di Palermo.


In manette sono finiti Marcello Campagna, 42 anni; Massimo Di Fiore, 36 anni; Pietro Pipitone, 30 anni; Diego Ciulla, 49 anni. È proprio quest’ultimo la sorpresa dell’operazione condotta dal Reparto Operativo dell’Arma, diretto dal tenente colonnello Paolo Piccinelli. Ciulla è un commerciante molto noto in città, titolare di una catena di negozi di pelletterie e abbigliamento con l’insegna “Hessian”.

Il pentito Manuel Pasta, fino a un mese fa uno degli esattori del clan San Lorenzo-Tommaso Natale, lo accusa di essere stato un intermediario dei boss per la raccolta del pizzo. Lo hanno confermato anche alcuni commercianti: “Si presentò in negozio spiegando che certe persone lo avevano mandato – ha messo a verbale una delle vittime – Ciulla chiedeva una cifra di denaro da pagare a titolo di aiuto ai carcerati, che necessitavano di finanziamenti per loro e per il pagamento degli avvocati”. Il commerciante estorsore continuava a condurre una doppia vita: fra gli incontri di mafia e le richieste di pizzo si occupava dei negozi “Hessian” e preparava il suo matrimonio. L’arresto l’ha sorpeso a due giorni dalle nozze.


Le indagini – coordinate dai sostituti procuratori della Dda di Palermo Francesco Del Bene, Gaetano Paci, Annamaria Picozzi, Lia Sava e Marcello Viola – contestano adesso agli ultimi arrestati tre estorsioni a esercizi del centro: il bar Oriol di via Ausonia, Pollini di via Libertà e i negozi di pelletterie degli imprenditori Schillaci (in via Libertà, via Daita e via Sciuti). Nel mirino dei boss era finito anche l’ex calciatore del Palermo, Tanino Vasari, oggi titolare di un panificio in via Alcide De Gasperi: pure lui ha ammesso di aver pagato il pizzo, 1.000 euro che gli furono chiesti “per le famiglie dei carcerati”.


Chi non pagava subiva intimidazioni, prima tramite l’attak nelle saracinesche, poi attraverso attentati incendiari. I carabinieri del nucleo investigativo, guidati dal tenente colonnello Francesco Gosciu, hanno seguito in diretta le ultime mosse del potente clan di San Lorenzo, videoregistrando le minacce attraverso telecamere nascoste davanti e dentro i negozi presi di mira dal racket. “Forse, fra qualche tempo, tutto ciò non sarà più possibile – è l’allarme del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia – la legge sulle intercettazioni in discussione al Parlamento potrebbe presto provocare uno stop a indagini delicatissime”.

Fonte: Repubblica.it

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