Orgoglio e vecchi tartufi

9 Giu

WALTER MOLINO

Il Consorzio Sviluppo e legalità ha restituito all’economia legale le terre confiscate alla mafia nel corleonese. L’Europa ce lo invidia, la Regione siciliana lo vuole distruggere.

Ora chi glielo spiega a Pawel Samecki che costruire qualcosa di buono in Sicilia è impresa da pazzi e comunque non può durare? Ci rimarrebbe assai male il Commissario europeo per le politiche regionali, di nazionalità polacca, che appena sei mesi fa ha invitato a Bruxelles il direttore del Consorzio Sviluppo e legalità Lucio Guarino, perché raccontasse ai parlamentari europei la straordinaria esperienza di riutilizzo sociale e produttivo dei beni confiscati alla mafia in Sicilia. Un modello di sviluppo imperniato sulla legalità nei luoghi in cui per decenni ha dominato la criminalità organizzata. Lotta alla mafia che funziona e libera risorse: troppo bello per essere vero, e siccome è vero, allora è il caso di distruggerlo. Metti che la gente se ne accorge e magari ci comincia a prender gusto. E così il governo dell’inquisito per mafia Raffaele Lombardo, successore del condannato per mafia Totò Cuffaro, è passato all’azione.

Nell’ultima Finanziaria regionale il governo ha eliminato con un tratto di penna il contributo straordinario al Consorzio, appena 85 mila euro all’anno per il triennio 2008-2010. Nato su iniziativa della Prefettura di Palermo esattamente dieci anni fa, il Consorzio ha svolto un ruolo decisivo per consentire a otto comuni dell’Alto Belice di unire le forze e gestire in maniera efficiente il considerevole patrimonio confiscato alla cosca dei corleonesi. La forma giuridica consortile ha evitato che la responsabilità diretta sui beni confiscati ricadesse sui singoli amministratori dei comuni di Monreale, Corleone, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Roccamena, Altofonte, Piana degli Albanesi e Camporeale. Delegando la gestione a un ente sovraordinato è stato vanificato ogni possibile tentativo di intimidazione da parte dei mafiosi privati dei loro beni. Se a decidere la destinazione d’uso di una casa confiscata a Totò Riina a Corleone è il Consorzio, in modo collegiale, minacciare il sindaco del paese è perfettamente inutile.

E’ grazie a questa gestione libera da condizionamenti che in un lembo di Sicilia per tanti versi perduto, si è compiuto il salto di qualità dall’antimafia di testimonianza (bella, importante, minoritaria) alla legalità che produce (forte, incisiva, contagiosa). Prodotti della terra, economia pulita, posti di lavoro. Più o meno sono un centinaio di persone in ordine sparso tra amministratori, giovani manager, coltivatori diretti, cuochi, volontari, enologi, insomma un po’ di tutto. Sono quasi tutti siciliani e da anni ne interpretano il volto migliore: tigna, inventiva e sudore. E sono nomi ormai noti i Sapori della legalità, la cantina Centopassi, gli agriturismi Portella della Ginestra e Terre di Corleone, le cooperative Placido Rizzotto, Lavoro e non solo, Elios e Pio La Torre e poi il Giardino della memoria nella casa di Giovanni Brusca in cui fu segregato, ucciso e sciolto nell’acido, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Giuseppe Di Matteo, un bambino di quindici anni colpevole di essere figlio di un pentito.

Qualche numero aiuta a capire. Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2008, la cooperativa Placido Rizzotto ha prodotto 4.500 quintali di pasta biologica, 1.800 ettolitri di vino, 300 quintali di legumi, 500 quintali di melone bianco, con ricavi pari a quasi 2 milioni di euro. Lavoro e non solo ha fatturato quasi 600 mila euro producendo passata di pomodoro, caponata di melanzane, marmellate, semola di grano duro, vini bianchi e rossi. La Pio La Torre, la più giovane di tutte, ha fatturato 110 mila euro con grano, ceci, lenticchie, uva e miele. Tutti i prodotti sono distribuiti nelle catene Coop, Conad, Botteghe del Mondo, Natura Si e nelle botteghe della legalità. Nei circa 700 ettari di terra sottratti alla mafia ha preso forma quella che solo dieci anni fa appariva un’utopia: non più solo simboli ma una costellazione di realtà produttive efficienti che alimentano un circolo economico virtuoso. Ricchezza pulita, imprese giovanili, contaminazione positiva del territorio.

Il Consorzio ha favorito prima la nascita e poi il coordinamento di queste realtà, che oltre al fatturato e ai posti di lavoro regalano alla Sicilia uno straordinario ritorno d’immagine. Ebbene per tutto questo la Regione, emblema dell’autonomia intitolata allo spreco, pachidermico ente da 20 mila dipendenti (record planetario) e 2.500 dirigenti (primato intergalattico) ha partecipato fino al 2007 con la miseria di 85 mila euro all’anno, erogati al Consorzio come “contributo straordinario”. Una cifra che corrisponde a due mesi di pensione del burocrate da guinness dei primati di cui l’isola può far vanto: Felice Crosta, prima vicecommissario per l’emergenza immondizia, poi al vertice dell’Agenzia delle acque e dei rifiuti della Regione, è andato in pensione pochi mesi fa assicurandosi un assegno record da 499.200 euro all’anno (41.600 al mese, 1.369 euro al giorno). A dirla tutta, il dirigente del personale gli aveva proposto solo 219 mila euro annui (appena 18 mila al mese, 600 euro al giorno), ma Crosta si è rivolto alla Corte dei Conti che gli ha riconosciuto una prebenda più adeguata allo stipendio che percepiva da manager (567 mila euro all’anno). Lui, ovviamente, non prova vergogna, e ricorda che in 49 anni di onorato servizio ha vinto ben tre concorsi interni, zitti e a cuccia.

Certo, la crisi morde, bisogna tagliare gli sprechi. Per farlo la Regione ha cominciato proprio da Bruxelles, a due passi dal Parlamento europeo, dove lavora il Commissario Samecki. A soli 2,6 milioni di euro ha comprato nel dicembre scorso il quarto piano di una palazzina, circa 650 metri quadrati di superficie, per ospitare la sede di rappresentanza del Dipartimento Affari extra regionali. Un affarone, considerato che la sede precedente costava di affitto 300 mila euro l’anno. Bisognerebbe trovare tempo e spazio per chiedersi a cosa diavolo serva una sede di rappresentanza tanto impegnativa, ma la cronaca incalza: come tutti gli anni, a fine dicembre la Regione distribuisce finanziamenti ad enti e associazioni sponsorizzati da partiti e onorevoli (in Sicilia, diversamente dal resto d’Italia, si fregiano di questo titolo anche i consiglieri regionali). Sia chiaro, tra i beneficiari ci sono teatri e produzioni artistiche, aziende e artigiani, ma anche tante associazioni le cui finalità sono molto meno chiare delle paternità politiche. Nel 2010 il totale di questi contributi è stato di 200 milioni di euro, tra cui, per esempio, 700 mila euro sono stati assegnati a nove chiese e qualche decina di migliaia di euro è stata distribuita alle bande musicali dei paesi d’origine di molti parlamentari. Alla pioggia di fine anno si è poi aggiunta, nella stessa Finanziaria che ha lasciato a secco le casse del Consorzio Sviluppo e legalità, la famigerata “tabella H”: 57,6 milioni di euro per enti e associazioni che quest’anno – nonostante i venti di crisi- si sono viste aumentare il contributo, come l’Istituto Gramsci di Palermo, passato da 130 mila a 280 mila euro o lo Studio teologico San Paolo di Catania (da 98 a 150 mila euro). C’è da capirlo, in Sicilia tira aria di inciucio, e chi ha uno sponsor politico, poco importa se a destra o a sinistra, l’ha fatto valere.

E’ mai possibile che in questo pozzo senza fondo non si trovino 85 mila euro l’anno per far vivere il Consorzio, che non ha più di che pagare neanche le bollette della luce e ha dovuto sospendere numerose iniziative di educazione alla legalità nelle scuole? Mentre in Europa esportiamo con orgoglio un modello di rinascita antimafiosa, in casa nostra lo smantelliamo senza fare troppo rumore. Un altra picconata che arriva a pochi mesi dalla proposta di vendita dei beni confiscati messa a punto dal governo Berlusconi: una manna per i mafiosi, pronti a riprenderseli tramite prestanome a prezzi di realizzo.

Linus, giugno 2010

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