Il padrino e il vino di eccellenza: “l’Abbazia era di Provenzano”

12 Giu

ALESSANDRA ZINITI

È il 14 marzo 2005. Presso lo studio del notaio Francesco Minutella di Castelbuono, la Lena srl, Linea Agricola Nuove aziende dell´imprenditore Francesco Lena, acquista dal signor Matteo Alaimo una grossa estensione di terreno in contrada Zurrica in territorio di Pollina. Eccolo il «favore» che il boss di San Lorenzo Salvatore Lo Piccolo aveva fatto a Bernardo Provenzano: trovargli un prestanome per l´acquisto di quel feudo che sarebbe poi diventato una delle più affermate aziende agricole e vitivinicole di tutta la Sicilia. Sì, perché il vero proprietario della tenuta denominata Abbazia Sant´Anastasia altri non è che Provenzano, come raccontano qualche tempo dopo, intercettati dalle microspie della polizia nel box di Nino Rotolo, lo stesso capomafia e Antonino Cinà, entrambi irritati di come Lo Piccolo, grazie anche a questo favore, riuscisse a mantenere con Provenzano un forte legame nonostante il fatto che – è il commento dei due – Lo Piccolo, per trovare un prestanome a Provenzano, avesse scelto «la persona sbagliata, uno che ha fottuto cose di altri». Il riferimento è ad una somma di un miliardo di vecchie lire che, in precedenza, Francesco Lena avrebbe sottratto ad un altro boss per conto del quale si era intestato quattro appartamenti, Nino Madonia.
Ma non c´è solo la conversazione intercettata. A dare la conferma che il vero proprietario del feudo fosse Provenzano sono tutti i passaggi societari che gli investigatori della squadra mobile hanno ricostruito passo passo, e soprattutto le date. Il 14 marzo, l´acquisto del terreno; poi, tre mesi dopo, l´8 giugno 2005 il cambio di compagine societaria, con il passaggio della titolarità del feudo dalla Lena srl all´Abbazia Sant´Anastasia, nella quale risultano soci insieme a Lena la moglie Paola Moriconi e Banca Nuova spa a titolo di diritto di pegno dopo la concessione di due sostanziosi finanziamenti, uno da cinque milioni e mezzo, l´altro da due milioni di euro.
Finanziamenti sui quali gli inquirenti ora vogliono vedere chiaro anche perché, nel 2005, il nome di Francesco Lena era già entrato in più di una indagine e soprattutto perché nel cda sedevano diversi componenti del nucleo familiare dei Giacalone, titolari della Giac srl, poi finita sotto sequestro, e chiamati dai Lo Piccolo a ruoli di vertice nel mandamento di San Lorenzo.
Ma il ruolo di Francesco Lena non sarebbe solo quello di prestanome ma di uomo d´onore della famiglia dell´Uditore, per conto della quale avrebbe svolto anche il ruolo di referente per la messa a posto di diverse imprese. Rapporti di vecchia data quelli di Lena con esponenti di spicco di Cosa nostra, da Salvatore Lo Piccolo (del quale sarebbe stato socio diretto sin dal 78) a Francesco Bonura, da Salvatore Sbeglia (che lo avrebbe salvato da un fallimento negli anni 70 versando nelle casse delle sue imprese 4 miliardi di lire) a Nino Madonia. Accuse che trovano conferma in altre intercettazioni: nel 2005 in un´operazione tesa a svincolare beni immobili di Madonia i mafiosi fanno tre nomi: quello di Lena, del costruttore Graziano e del gioielliere Longo.

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