Il partito di Cosa nostra e la voglia di mafia

20 Giu

ENRICO BELLAVIA

Qual è il partito politico che in questo momento ascolta le classi deboli, ne interpreta i bisogni, coltiva rapporti con la borghesia imprenditoriale e parte dell’intellighenzia, sa amministrare con oculatezza, ha una propria visione strategica del mercato e perfino sulla sicurezza non resta indietro? È Cosa nostra. Pur con le sue crisi di leadership, le alterne fortune, i momentanei rovesci finanziari, il partito dei boss gode di un largo consenso, a tratti crescente.
Perché la voglia di mafia, nonostante tutto, non pare essersi sopita. Gli imprenditori fanno ancora la fila per pagare il proprio tributo, trovando nel sistema di esazione fiscale della mafia una sua ragionevolezza e un corrispettivo fatto di opportunità. I politicanti bussano ancora per chiedere voti e promettere favori. Il popolo, quello che si sbatte per mettere insieme pranzo e cena e che prosciuga le carte revolving alla ricerca di un benessere effimero, sta con i boss, tifa per loro. Si affolla davanti alle caserme per salutarli e rassicurarli con la propria presenza.
Perché il partito di Cosa nostra dialoga col popolo, ne ascolta le necessità, sa soddisfarle: ha una vera idea di Stato sociale. Un sistema di welfare efficace ed efficiente. Costruito sulle solide basi del sommerso senza il quale la città precipiterebbe nel buio più profondo. Quello che l’altra politica non vuole vedere, o vede benissimo e le fa comodo così, è che c’è un’autorganizzazione speculare all’inefficienza cronica di una città allo sbando.
L’ultima inchiesta che ha svelato l’esistenza di una nuova classe dirigente che aveva assunto il controllo del Borgo e del mandamento di riferimento, quello di Porta Nuova, è lo specchio di un ulteriore paradosso. Di fronte a una politica incapace di governare il diritto alla casa, Cosa nostra riesce, con i suoi metodi, a far prima e forse anche meglio. Ma anziché scandalizzarsi per quel che viene fuori dalle intercettazioni, o compiacersi a comando per gli esiti dell’ennesima brillante operazione di forze dell’ordine e magistratura, i partiti, gli altri, dovrebbero interrogarsi sul loro fallimento. Sulla incapacità di intercettare quei bisogni e convogliarli dentro un percorso credibile che, con abusata parola, diremmo di legalità. Il balbettio scomposto del consigliere di turno che alle pressioni del boss oppone timide giustificazioni di leggi, graduatorie e regolamenti è lo stesso balbettio di chi al timone della città lascia correre notti all’addiaccio per decine e decine di famiglie, ripetendo soltanto: «Stiamo cercando di trovare una soluzione».
Così la storia degli Abbate svela anche la parabola di una città. Lo zio di Antonino, Piero Abbate, mani come badili, panza prominente e un vocione da far tremare, era uno dei grandi elettori di Leoluca Orlando. Era ed è rimasto, come si dice a Palermo, un malacarne. Ma c’è stato un tempo breve in cui ha scoperto che c’era un’altra politica da queste parti, in mezzo e, in qualche modo, oltre il mercato delle clientele e del mercimonio. Chi ha girato per Palermo ha visto Piero Abbate difendere il territorio dello Spasimo con la dedizione di una sentinella, al servizio di quello che per lui non era né il Comune né lo Stato, ma un’organizzazione in quel momento più potente ed efficiente della sua. Agli occhi di Abbate, Orlando non aveva certo battuto la mafia, ma guidava un carro sul quale conveniva salire abbandonando per un po’ il proprio. Perché Orlando guidava, appunto. Era lui il cocchiere. Avrebbe forse potuto portare il carro oltre il fango del pantano. Avrebbe, ma non c’è riuscito. E allora alla guida di quel carro ci si è messo uno dei tanti Abbate. Come Antonino, il nipote, che da segretario di sezione del partito dei boss ha dato prova di intenzioni di buon governo.
Se non ci fossero di mezzo il sangue, i delitti, la droga, la violenza, la minaccia, la coercizione, verrebbe quasi voglia di lasciare le chiavi della città a questo trentenne in sovrappeso. A patto che la politica, l’altra, non si metta a inquinare il partito dei boss. Tanto non sa far meglio.

la Repubblica

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