Nenti sacciu mi

3 Lug

GIUSEPPE CATOZZELLA

Le ultime tre settimane sono state fondamentali per capire quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda. Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.Negli ultimi venti giorni, infatti, il tribunale di Milano ha sancito con una sentenza di primo grado per associazione mafiosa nel processo Cerberus e con la recentissima ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutto il clan Valle (legato a doppio filo al potentissimo clan dei De Stefano, protagonista della sanguinosissima faida da centinaia di morti con il clan Condello e di nuovo imputato adesso a Milano di associazione mafiosa), che il sindaco Moratti e le autorità si sbagliavano quando negavano l’esistenza della mafia in città e quando si scioglieva frettolosamente la neonata commissione antimafia, quella che avrebbe dovuto cercare di vegliare sul promesso tesoro dell’Expo. Il processo Cerberus ha visto la luce alla conclusione dell’inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha eseguito otto arresti su ordine del gip di Milano Piero Gamacchio. Otto arresti che hanno tagliato la testa a uno dei più potenti clan lombardi, quello dei Barbaro-Papalia, che dominano il settore del cemento nell’hinterland milanese: il boss Domenico Barbaro, detto Mico l’australiano, i figli Salvatore e Rosario Barbaro, Pasquale Papalia (figlio del super boss Antonio Papalia) già condannato con rito abbreviato, Mario Miceli, Maurizio De Luna (che ha scelto il rito abbreviato), Maurizio Luraghi e la moglie Giuliana Persegoni. L’accusa è, appunto, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all’estorsione, al porto abusivo di armi e al riciclaggio di denaro.

L’11 giugno 2010 la sentenza di primo grado letta dal giudice Aurelio Barazzetta ha dato ragione quasi su tutto all’impianto accusatorio della pm Alessandra Dolci, e condannato a 9 anni di carcere Salvatore Barbaro, ritenuto il “promotore” dell’associazione mafiosa, a 7 anni Mico l’australiano e l’altro figlio, Rosario. Sei anni di carcere, invece, per Mario Miceli. Insieme a loro, in quella che è una sentenza destinata a fare storia, c’è anche Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che ha recentemente avuto le telecamere di ‘Annozero’ a disposizione per giurare la sua innocenza (nonostante l’esistenza di intercettazioni ambientali in cui lui, parlando con i Barbaro, si diceva commosso per aver tirato su insieme a loro tutto l’hinterland sud-ovest di Milano): è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per le attenuanti generiche, mentre sua moglie è stata assolta per non aver commesso il fatto.

Questa sentenza, che sancisce come gran parte del ciclo del cemento (dai lavori di scavo a quelli di movimento terra, al nolo a freddo e al nolo a caldo, all’intermediazione edilizia) dell’hinterland milanese sia stato per anni in mano ai Barbaro-Papalia, rivela anche il ruolo di un imprenditore lombardo come parte attiva all’interno dell’associazione mafiosa. Durante il processo tutti gli altri imprenditori sentiti come testi, senza eccezioni, hanno negato qualsivoglia attività intimidatoria o estorsiva da parte del clan. Che però è poi stata sancita dalla sentenza. Al processo Cerberus sono poi legate altre due indagini, che scaturiranno in altrettanti processi. Nel novembre 2009, infatti, scatta il seguito dell’inchiesta Cerberus con l’operazione Parco Sud che porta in cella, tra gli altri, anche gli imprenditori Andrea Madafferi e Alfredo Iorio, accusati di essere il braccio economico-finanziario del clan. Cattura anche per i calabresi Antonio Perre, detto totò ‘u cainu, e Domenico Papalia, il figlio minore del boss Antonio, sfuggiti all’arresto e tuttora latitanti.

Il 22 febbraio del 2010, poi, è la volta dell’operazione Parco Sud II, quella che ha visto gli arresti eccellenti tra i politici: sono scattate le manette anche per l’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini e l’assessore del Pdl Michele Iannuzzi. Stessi scenari, dunque: mafiosi in associazione mafiosa con imprenditori, e in alcuni casi con uomini politici. Niente di nuovo? Tutto nuovo, invece, perché questo segna e deve segnare nella coscienza dei cittadini lombardi un cambiamento di rotta, una conquistata consapevolezza del ruolo di alcuni imprenditori e politici. Sono sentenze su cui è obbligatorio riflettere anche alla latitudine padana.

Giovedì 1 luglio, ecco l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della pm Ilda Boccassini. In cella il clan Valle che, secondo l’accusa, si sarebbe procurato un enorme patrimonio poi rinvestito in almeno 15 società (immobiliari, edili, ristorazione, locali notturni, videopoker) con la sola usura ed estorsione. Centinaia gli imprenditori e i commercianti vittime dell’estorsione. 138 immobili sequestrati, 15 aziende, per un totale di circa 8 milioni di beni. Ma, di nuovo, sono le durissime parole del pm Boccassini che devono far riflettere i cittadini lombardi, e devono segnare una importante svolta. «Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato», dice Ilda Bocassini. Può sembrare incredibile, ma secondo Boccassini «nel Nord non c’è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia». E ancora: «Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni. Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a Siderno, a San Luca. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato». Le parole più dure il procuratore aggiunto le riserva proprio agli imprenditori che non hanno denunciato. La linea della procura sarà durissima. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistraura sarà molto rigida: «Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi».

È del resto evidente dalla natura del reato, l’usura, che questo trova linfa vitale proprio in forti momenti di crisi economica e di mancanza di liquidità. Ecco, allora, che le ‘ndrine fanno ciò le banche non possono più fare. Le banche, il polmone dell’economia lombarda. Perché gli imprenditori non denunciano? In molti casi perché così a loro conviene», risponde Boccassini. Una risposta che non mette tranquillità, visto che stiano per arrivare i fondi (24 miliardi di euro), per l’Expo.

A Milano la malavita opera esattamente come nella casa madre calabrese: la villa bunker di Cisliano, “La Masseria”, era dotata di decine di telecamere, cani rottweiler, sensori, allarmi e una studio di osservazione audio-video con cui 24 ore su 24 i luogotenenti del boss Francesco Valle si assicuravano di poter percuotere e picchiare indisturbati i debitori. E le vedette sono arrivate anche a seguire per 20 chilometri l’auto di un poliziotto in borghese per poi fermarlo e chiedergli perché fosse passato due volte lì sotto. Dice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: «La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati, nrd) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)». In una delle intercettazioni che hanno portato alla conclusione della difficilissima operazione, Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle telefonate, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in un’informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

Tutti questi procedimenti penali, a cui si aggiungono il processo Ortomercato e il processo Isola, e destinati a crescere nei prossimi mesi, potrebbero ora far comprendere agli imprenditori milanesi e ai lombardi l’importanza della scelta civica della denuncia, fondamentale strumento per non consegnare alle mafie il tesoro destinato ai lavori dell’Expo. «Senza denunce il nostro lavoro diviene molto più difficile. Ci possiamo appoggiare solo sulle intercettazioni telefoniche e ambientali», conclude Boccassini. In questo senso, è doveroso citare il contributo arrivato nel processo Cerberus dall’ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, più volte minacciato e oggi alla guida dell’opposizione, che ha raccontato tutte le minacce subite, le auto bruciate, le famose tre croci lasciate in un prato accanto al Comune durante i giorni dell’approvazione del Pgt. Un tributo di tenacia e di coraggio fondamentali per la sentenza di condanna ai Barbaro-Papalia.

http://www.espresso.repubblica.it

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