Chi c’è dietro quella maschera

11 Lug

ALBERTO SPAMPINATO

Nell’Italia dei depistaggi, delle inchieste insabbiate, della giustizia negata, delle stragi impunite c’è un gioco di maschere e di finzioni, un ballo di spie e controspie che in una regione di confine della guerra fredda qual era la Sicilia ha toccato punte che è difficile immaginare. Citerò due casi emblematici. Fanno capire che la regola universale che dice ”Mai fidarsi delle apparenze” nel nostro paese va rafforzata così: non bisogna fidarsi ciecamente neppure delle personalità che ricoprono delicati incarichi pubblici.

Sentite questa. Arnaldo La Barbera, deceduto cinque anni fa era un super-poliziotto molto apprezzato. Negli anni ottanta-novanta fu capo della squadra mobile di Palermo. Poi guidò la squadra investigativa che fu incaricata da un decreto del governo di fare luce sulle stragi Falcone e Borsellino. In realtà, lo apprendiamo ora dagli archivi dell’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, ex SISDE) che era la “fonte Catullo”, un agente segreto del SISDE. Era uno 007 sotto copertura anche l’ispettore di pubblica sicurezza Guido Paolilli, che continuò a lavorare per La Barbera  anche dopo essersi trasferito da Palermo a Pescara. Tornava a Palermo in missione speciale, pare per distruggere prove. Avrebbe ‘ripulito’ fra l’altro la casa dell’agente di PS Nino D’Agostino, uno dei due poliziotti che dopo il fallito attentato del 1989 contro Giovanni Falcone all’Addaura, furono incaricati del disinnesco dell’ordigno piazzato sugli scogli. L’altro disinnescatore era Emanuele Piazza. D’Agostino e Piazza furono assassinati poche settimane dopo. Scusate, dimenticavo di dire che entrambi erano collaboratori del SISDE. Ho appreso queste e altre cose dal libro di due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ”L’Agenda Nera della Seconda Repubblica”, (Chiarelettere, 2010, 464 pagine, 15 euro).

Sentite quest’altra. Nel 1977 il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri presentò un clamoroso rapporto sulla sciagura aerea di Montagnalonga (5 maggio 1972, 115 morti, nessun colpevole). Sostenne la tesi dell’attentato con una bomba a tempo piazzata a bordo, una pista in cui si intrecciavano mafia e terrorismo nero. Elencò 32 accusati, fra cui Pierluigi Concutelli. Attribuì alla stessa organizzazione quattro sequestri di persona (fra i quali quello dei Luigi Corleo, suocero dell’esattore di Salemi Nino Salvo) eseguiti fra gennaio e settembre 1975. Inspiegabilmente, il rapporto Peri non fu acquisito dagli inquirenti. Il vicequestore che lo aveva redatto fu trattato come un visionario e fu emarginato. Fu trasferito alla questura di Palermo ed escluso da ogni indagine. Rimase in quella condizione fino al 1 gennaio 1982, quando morì  stroncato da un infarto dopo aver brindato al nuovo anno insieme con i colleghi. Peri fece in tempo a vedere i tabulati degli iscritti alla P2 resi pubblici il 21 maggio 1981 in Parlamento. Nelle liste sequestrate nella villa di Licio Gelli c’erano tante persone importanti e molti che conosceva ed erano intorno a lui: il questore di Palermo Giuseppe Nicolicchia; il capo della squadra mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni, successore di Boris Giuliano, assassinato a luglio del 1979; il dottor Giuseppe Varchi, capo di gabinetto del questore  di Trapani, uno dei più accesi sostenitori del suo trasferimento “punitivo” a Palermo. Nell’elenco c’era anche il dottor Salvatore Cassata, giudice istruttore presso il Tribunale di Marsala, il magistrato che archiviò definitivamente il rapporto Peri.

http://www.narcomafie.it


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