Noi che credevamo di sapere tutto

19 Lug

Credevamo di sapere tutto e invece sapevamo solo quello che ci hanno voluto far credere. Adesso forse crediamo di aver capito, ma siamo lontani da qualsiasi verità giudiziaria. Le prove ci vogliono, ha ricordato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. E allora se viviamo (ancora) in uno Stato di diritto, lo Stato deve assicurarci l’accertamento dei fatti nelle aule di Tribunale. C’è qualcuno che si sente (ancora) di crederci?

Lo sappiamo che Paolo Borsellino – e con lui Agostino Catalano, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli – è morto perchè era un nemico giurato della mafia e perchè si era messo in mezzo nella trattativa tra Stato e cosa nostra. Ha ripetuto oggi il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: “non posso essere certo che Paolo Borsellino sapesse della trattativa, ma sono certo che se ne fosse stato a conoscenza vi si sarebbe opposto con tutte le sue forze”.

Lo sappiamo che in quel biennio 1992-1993 in Italia stava succedendo qualcosa di inaudito, sulla scena e nel fuoriscena. Lo sappiamo che la cosiddetta Seconda Repubblica è stata edificata sul sangue degli innocenti. E sappiamo anche che le indagini, da più parti, sono arrivate ai nomi del premier Silvio Berlusconi e del suo fedelissimo Marcello Dell’Utri. Entrambi in affari con la mafia fin dagli anni Settanta. Interessati e avvantaggiati da quella stagione di sangue. Come tutti i protagonisti della trattativa. I politici, quelli vincenti e quelli a cui fu risparmiata la vita. I mafiosi, quelli dell’ala “moderata” di Provenzano, che con la strategia dell’inabissamento hanno ricominciato a fare affari, ricchi e silenziosi. Il vecchio Binnu in persona, che si è assicurato altri quattordici anni di tranquilla latitanza. Riina era ormai “pazzo” e manovrato da entità esterne alla mafie e interne allo Stato, con fini eversivi. Dopo il suo arresto i “falchi” Bagarella, Brusca e Graviano continuano con le bombe: fare la guerra per fare la pace. Provenzano è la “colomba”: basta con le stragi, è strada che non spunta. Bagarella gli consiglia di mettersi un cartello al collo: con le stragi fuori dalla Sicilia Provenzano non c’entra niente. Eppure, alla fine, per la “colomba” le stragi di Roma, Firenze e Milano (1993) saranno una mezza vittoria: non voleva più bombe in Sicilia, i “falchi” le esportarono in continente.

La contropartita, negli anni, per la mafia è arrivata: dallo svuotamento del regime carcerario 41 bis (Berlusconi si vanta di averlo reso definitivo: già, ma come?) alla chiusura delle carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara (con la graziosa complicità del centrosinistra: qualcuno si ricorda una parola sulla mafia durante i governi Prodi uno e due, D’Alema, Amato?); dalle modifiche della legge sui collaboratori di giustizia (e infatti non si pente più nessuno di importante), fino alle proposte di vendita dei beni confiscati, che insieme agli scudi fiscali sono tra gli strumenti finanziari più apprezzati dalla criminalità organizzata per riprendersi la roba. Era tutto nel papello di Riina. Quello che secondo Massimo Ciancimino fu consegnato al generale Mori dei Ros, insieme alle mappe di Palermo con cui Provenzano svelò il covo di Riina (ma secondo Mori nè Provenzano nè Ciancimino c’entrano niente con l’arresto del boss dei boss: fu merito solo di Balduccio Di Maggio).

Sappiamo queste ed altre cose. Come le indagini del gruppo “Falcone-Borsellino”, costituito ad hoc dopo via D’Amelio e guidato da Arnaldo La Barbera, già capo della squadra mobile di Palermo. Ci voleva un colpevole, subito. Ci voleva perchè ai cittadini bisognava restituire fiducia nello Stato o perchè era necessario depistare e togliere di scena i veri responsabili? Ancora dubbi, ancora domande. La Barbera era considerato un superpoliziotto. Dalla pistola facile, anche. Fu lui a costruire il falso pentito Vincenzo Scarantino, a individuare in un delinquente di borgata, pure mezzo scimunito, il fulcro di un’operazione stragista destinata a invertire e indirizzare il corso politico e storico del nostro Paese. Scarantino si autoaccusò di aver rubato la Fiat 126 che saltò in aria in via D’Amelio. Ritrattò e fu smentito più volte, altri mafiosi pentiti non lo riconobbero come uomo d’onore e misero sull’avviso i pm: questo mente, non è nessuno, non è manco mafioso. Parole al vento. Fino a quando nel 2008 arriva Gaspare Spatuzza, killer di fiducia dei fratelli Graviano: sono io che ho rubato quella 126, Scarantino mente e ho le prove. Le verifiche gli danno ragione. Ci hanno raccontato un’altra storia. E poi scopriamo che Arnaldo La Barbera era un agente dei servizi segreti. E che i servizi deviati avevano già provato a far fuori Falcone nel famoso attentato dell’Addaura nel giugno 1989. E che altri agenti dei servizi, quelli fedeli allo Stato, avevano sventato la strage. Nino Agostino ed Emanuele Piazza: uno ammazzato a colpi di pistola insieme alla moglie, Ida Castellucci (delitto irrisolto: perfino Totò Riina ordinò un’indagine interna ma non appurò a nulla), l’altro attirato in una trappola e strangolato.

Quante scene, quanto fuoriscena. Adesso sappiamo tutto, ma ci vogliono le prove. E a diciotto anni di distanza è il sale sulla ferita che non smette di bruciare. Le ignobili parate di uno Stato ipocrita (ma qualcuno ha la decenza di non farsi vedere, come il ministro della Giustizia Angelino Alfano, estensore di lodi e leggi ad personam, mandante di ispettori ministeriali nelle procure che avviano indagini scomode), le statue distrutte in via Libertà nell’indifferenza di una Palermo che ha perso memoria pure dell’indignazione, e basta farsi un giro per capire cosa sia diventata la città che diciotto anni orsono esponeva lenzuola bianche sui balconi.

Dobbiamo allora rassegnarci alla sconfitta, anche della memoria? Perchè se nel 1992 la mafia trattava con lo Stato, oggi la mafia è dentro lo Stato. Le cricche, le cosche e i comitati d’affari sono il sistema nervoso di uno Stato che diciotto anni fa voleva proprio diventare così. E che ha spazzato via con la violenza ogni possibile ostacolo. Abbandonando i suoi uomini migliori, Senza mai smettere di ucciderli.

Paolo Borsellino aveva in mente un Paese diverso da questo. Lo si vede, anche, nella commemorazione esclusivamente civile di questo 19 luglio in via D’Amelio. Niente politici, niente istituzioni. Lo aveva chiesto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, animatore del gruppo delle Agende rosse. Niente grisaglie e doppipetti in questa bollente mattinata estiva, solo la forza e la caparbietà di chi ancora ci crede nei valori dello Stato. E vale la pena non smettere di darsi da fare per provare a ricostruirlo sulle fondamenta della verità.

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