In ricordo di Beppe Montana e Rocco Chinnici, assassinati dalla mafia

30 Lug


PARIDE LEPORACE

Venticinque anni fa veniva ucciso dalla mafia il capo della sezione catturandi della Squadra Mobile, Beppe Montana. Aveva appena 34 anni. Era il 28 luglio 1985. I killer lo sorpresero sul molo di Porticello dove custodiva la sua barca. Ormai definitive le condanne all’ergastolo, tra gli altri, per Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Bernardo Provenzano e Bernardo Brusca. Montana era considerato un cacciatore infallibile di latitanti, una spina nel fianco della mafia. Per questo qualcuno gli aveva affibiato il nomignolo «Serpico». Poco prima di essere ucciso si era distinto per un’irruzione a Buonfornello, con l’arresto di personaggi di spicco di Cosa nostra. A condurre le indagini sulla sua morte fu Ninni Cassarà, ucciso pochi giorni dopo, il 6 agosto, insieme all’agente Roberto Antiochia.

Catania, città in cui Montana è cresciuto, lo ricorda con una serie di manifestazioni promosse da Libera. In programma incontri con don Luigi Ciotti e il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. E il 29 luglio un altro doloroso anniversario. Fu l’attentato che 27 anni fa per la prima volta materializzò a Palermo lo spettro delle stragi: un’utilitaria imbottita di esplosivo, lo scoppio violentissimo attivato con un comando a distanza, la distruzione, la morte. Il 29 luglio del 1983 in via Pipitone Federico, nel centro di Palermo, venne assassinato così il capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale, Rocco Chinnici. Con lui caddero due carabinieri, il maresciallo Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, e un civile, Stefano Li Sacchi, portiere del condominio dove abitava Chinnici. Nel momento in cui Chinnici varcò il portone per andare in ufficio, alle otto e dieci, una Fiat 126 parcheggiata di fronte venne fatta esplodere con un comando a distanza. Sopravvisse solo l’autista Giovanni Paparcuri, parzialmente protetto dalla blindatura, ma comunque gravemente ferito. Nel 1979 Chinnici venne nominato consigliere istruttore e inizierà a dirigere da titolare l’ufficio in cui opera da tredici anni. È in questo periodo che progettò il lavoro di gruppo, una rivoluzione per gli uffici giudiziari, dando forma al primo nucleo di quello che sarà il pool antimafia. Accanto a sè volle tra gli altri due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ con loro che mise in cantiere le prime indagini di quelli che si caratterizzeranno come i più grossi processi per mafia degli anni Ottanta. Per tutti, il «rapporto dei 161», la premessa del futuro primo maxi-processo.

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