Carmelo Jannì, vittima di mafia

28 Ago

FRANCO CASCIO

Trent’ anni fa la mafia uccideva Carmelo Iannì. E’ difficile che oggi ne sentiate parlare nei tg. E’ difficile che oggi avvenga qualche commemorazione con le più alte cariche dello Stato. E’ difficile che troviate un aeroporto, ma nemmeno una stazione, una villa, un giardino, uno stadio, una strada, un vicolo intitolato a Carmelo Iannì. Non era né un poliziotto, né un magistrato. Un cittadino. Ucciso dalla mafia perché aveva consentito ai poliziotti di infiltrarsi nel suo albergo per potere effettuare un’operazione che sarebbe poi andata a buon fine con l’arresto di un boss di spicco. E la mafia restituì la “cortesia”. Uccidendolo appena 4 giorni dopo quell’operazione.

Alle 15,30 del 28 agosto 1980, due uomini entrano in un albergo di Villagrazia di Carini. Nella hall c’è il proprietario. Gli sparano al cuore e alla testa. Carmelo Janni muore così. Lasciando moglie e tre figlie, la più piccola di 11 anni.

E’ questo l’epilogo della storia di un eroe per caso. Una storia che inizia quando la polizia chiede al signor Jannì di contribuire a un’azione investigativa. Nell’hotel gestito da Jannì, infatti, alloggiano alcuni chimici venuti da Marsiglia a Palermo per insegnare le tecniche di raffinazione della droga ai chimici locali.

La polizia aveva bisogno di potere seguire tutti i passi, tutte le conversazioni di quegli scienziati venuti dalla Francia. Potere perquisire le loro stanze. E c’era un modo solo. Travestirsi da personale dell’hotel, così da non potere dare nell’occhio.

Carmelo Janni disse “si, va bene”. Senza sapere che mentre pronunciava quelle parole, pronunciava altresì la propria condanna a morte.

Perché la polizia, dopo giorni di indagini, il 24 agosto 1980, fece un blitz in una villa di Trabia. Gli stessi poliziotti che si erano infiltrati nell’hotel trovarono la raffineria. Li arrestarono tutti. Con grande sorpresa degli stessi agenti, trovarono anche Gerlando Alberti senior, detto u paccarrè, il temuto boss della mafia.

E fu proprio il boss, dal carcere, a ordinare l’omicidio di Carmelo Jannì. Responsabile di avere agevolato la polizia, in maniera determinante, nella propria attività di indagine.

Non era né un magistrato, né un poliziotto Carmelo Jannì. Non aveva nessun dovere, se non quello morale. Probabilmente non sarà mai rappresentato come icona dell’antimafia. Probabilmente mai il suo nome verrà urlato nei cortei. Probabilmente mai la sua effige sarà stampata su una magliettina.

E nessuno, probabilmente mai, penserà di dedicargli un film.

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