“E’ il prestanome di Messina Denaro”. La DIA sequestra 1,5 miliardi a Vito Nicastri

14 Set

Vito Nicastri, in Sicilia, era il “re del vento”. Secondo la DIA in nome e per conto di Matteo Messina Denaro, che da tempo ha messo le mani sulla green economy. E’ lo scenario che emerge dal maxisequestro record da un miliardo e mezzo di euro messo a segno dalla Direzione investigativa antimafia nei confronti dell’imprenditore alcamese dell’eolico, il 54enne Vito Nicastri, titolare di diverse società nel settore delle energie alternative, che si era in qualche modo guadagnato quel titolo. “E’ stata fatta oggi la più grande operazione di sequestro dei beni ad un imprenditore nel Trapanese considerato vicino al boss Matteo Messina Denaro: sono stati sequestrati un miliardo e mezzo di euro”, ha confermato il ministro dell’interno Roberto Maroni.
Secondo gli investigatori della Dia, Nicastri sarebbe il prestanome del superlatitante. “Ci sono una serie di attività in corso – dice il direttore centrale della Dia Antonio Girone ai microfoni del Gr1 – che potranno confermare ciò che per noi emerge: una contiguità, cioè, con elementi che sono vicini o attori per conto del noto latitante. E gli ulteriori accertamenti porteranno a confermare l’ipotesi che in via preventiva io ho configurato, dimostrando il ruolo dell’imprenditore quale prestanome del boss”. Per Girone “ci sono diverse attività sul piano giudiziario che stanno accertando come in molti settori dell’energia alternativa ci siano chiari inserimenti della criminalità organizzata”.

Il 10 novembre del 2009 Nicastri fu tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Avellino che portò al sequestro, fra l’altro, di sette parchi eolici e dodici società nell’ambito di un’indagine per truffa organizzata per percepire contributi pubblici per la realizzazione di parchi eolici. Nove delle società sequestrate avevano sede ad Avellino, le altre tre in Sicilia.

L’organizzazione, secondo gli inquirenti, avrebbe beneficiato di fondi pubblici producendo false attestazioni sulla titolarità dei terreni utilizzati per impiantare turbine e sulle disponibilità economiche presso istituti di credito. Il sistema messo a punto dall’organizzazione era basato su una rete di società, tutte riconducibili alle stesse persone, che detenevano la titolarità dei terreni e la disponibilità fittizia di capitali provenienti dall’estero, in particolare dall’Inghilterra, che corrispondevano all’importo del contributo già ottenuto dall’impresa. L’attività investigativa, attraverso rogatorie internazionali, si è estesa anche in Olanda, Spagna e Inghilterra. I sigilli giudiziari erano scattati per alcuni parchi eolici realizzati dalle società indagate, in Sicilia, a Catania, Siracusa e Palermo e in Sardegna, a Sassari, per un valore di 153 milioni di euro.

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