Franco Li Bergolis, il boss rampollo

25 Set

Per trovarlo erano venuti persino “I cacciatori di Calabria”, i Carabinieri che perlustrano le campagne dell’Aspomonte alla ricerca dei latitanti calabresi. Un tipo sveglio, Franco Li Bergolis. Trentadue anni da compiere, nato a San Giovanni Rotondo (il paese di padre Pio) e detto anche Calcarulo, era latitante dal 7 marzo del 2009, giorno in cui era stato condannato dalla Corte D’Assise di Foggia per omicidio e associazione di stampo mafioso. Un tipo con le orecchie sempre all’erta, nonostante la tenera età. Perché quell’onore di comandare il clan, attivo tra Manfredonia e Monte Sant’Angelo, l’ha ricevuto per una serie di circostanze sfortunate. A capo di tutta la famiglia siedeva suo nonno, Ciccillo Li Bergolis, ucciso a 66 anni a Monte Sant’Angelo lo scorso 26 ottobre. Il padre di Franco, Pasquale, era già stato ammazzato nel 1995. I fratelli, Matteo e Armando, sono a marcire in carcere.

I LUOGOTENENTI – Con la morte del nonno Ciccillo, Franco si ritrova a capo di tutto il clan dei “montanari”, come vengono chiamati i Li Bergolis. E’ giovane, ancora inesperto, ma non si perde d’animo. Inizia a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti, pian piano si circonda di uomini fidatissimi, ognuno con un settore specifico: Giuseppe Tomaiuolo agli stupefacenti; Giovanditto Genaro alla diplomazia; i fidatissimi Michele Santoro e Giuseppe Pacilli nel ruolo di consiglieri. “Mbà Michele”, “Mbà Peppe” e “Mbà Franco”, si chiamano tra di loro. “Mbà” è il diminutivo di “compare”, termine con cui un affiliato alla Sacra Corona Unita o alla cosidetta Società Foggiana indica un altro affiliato.

LE INTERCETTAZIONI: “STIAMO TUTTI UNITI” – Un leader carismatico, non c’è dubbio. Un pomeriggio viene intercettato mentre tiene un discorso solenne ai compari, invitandoli a sanare le diffidenze reciproche e a rimanere tutti uniti: “Dobbiamo stare tutti quanti insieme … e non dobbiamo fare liti uno contro l’altro – spiega. Perché la gelosia reciproca non è un buon affare – … ci facciamo solo uccidere come i fessi”. Come ogni capo, anche Franco si richiama alla tradizione: “Se stavano i padri nostri noi stavamo ancora tutti insieme o no?”. “E’ una cosa logica, e’ logico”, lo rassicura il braccio destro Michele Santoro. “Sono morti i padri nostri?, dobbiamo rimanere come stiamo, sempre tutti insieme […] ci dobbiamo volere bene tutti quanti”.

LA LETTERA A NAPOLITANO – Un tipo che sa manovrare eserciti, Franco. In pochi anni riesce a far compiere il salto di qualità al clan, traghettandolo verso il nuovo secolo con un mix criminale a base di droga, estorsioni, edilizia e ottimi sistemi di riciclaggio del denaro. Non gli manca, peraltro, la faccia tosta. All’indomani della condanna del 2009, mentre è latitante, scrive una lettera alla Gazzetta del Mezziogiorno, il principale quotidiano della Puglia. Nella missiva si appella al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al ministro dell’interno, Roberto Maroni. “Sono innocente. Mi perseguitano – racconta – chiedo un processo giusto”.

LA FAIDA DEL GARGANO – Il suo appello non serve a niente. Col suo arresto si spera si possa porre la parola fine alla Faida del Gargano, la sanguinosa guerra che devasta i territori foggiani da ormai 32 anni. Tutto ha inizio il 30 dicembre 1978, Franco Li Bergolis è nato da appena un mese. Lorenzo Ricucci, soggetto appartenente al clan Primosa-Alfieri, cade sotto i colpi di pistola. Un anno dopo, viene colpito un altro gruppo del clan, Raffaele Primosa. Questi si salva, e riconosce il suo sicario: Ciccillo Li Bergolis, il nonno di Franco, ritenuto il capo del clan rivale omonimo. E’ l’inizio di una guerra, quella tra i Li Bergolis e i Primosa-Alfieri, che non finirà più. Partita come semplice faida tra pecorai, si tramanderà per generazioni e sfocierà in una contesa per affari ben più grandi.

I ROMITO, ALLEATI ‘INFAMI’ – Nel corso del conflitto Franco Li Bergolis trova un prezioso alleato nel clan Romito, operativo a Manfredonia, la terra dei pomodori. Ma l’allenza finisce presto e i Romito diventano da un giorno all’altro nemici giurati di Franco. La colpa? Sono diventati “infami”: sono confidenti dei carabinieri, si sono dissociati.

IL NUOVO BOSS – Si discute in queste ore a Foggia su chi prenderà in mano le redini della famiglia. E tra le campagne, nei vicoli dei paesini, ai balconi dei bar, già si inizia a sussurrare un nome: quello di Giuseppe Pacilli, il braccio destro di Franco. Classe ‘72, originario di Manfredonia e detto “U Muntanar”, Pacilli è latitante dal febbraio 2009, quando evase dagli arresti domiciliari. Anche lui si direbbe un tipo sveglio. Proprio come lo era Franco Li Bergolis. Ma a Franco, questo, non è bastato.

http://www.docmafie.it

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