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Gela, lo scheletro della legalità

15 Set

ROSARIO CAUCHI

Praticamente da un anno, a Gela, quello che avrebbe dovuto rappresentare un esempio di trasparenza e rispetto delle regole nel settore edilizio, come preannunciato al momento della posa della prima pietra, ovvero il cantiere finalizzato alla realizzazione di un nuovo centro commerciale-direzionale, è totalmente bloccato. Dall’allora primo cittadino Rosario Crocetta, e fino alle massime autorità provinciali e regionali, il motto fu praticamente univoco, “bisogna sostenere attività ed imprenditori che hanno deciso di schierarsi in favore della legalità e della correttezza professionale”. Un cantiere, quindi, che si sarebbe dovuto differenziare da altri, voluto da Giuseppe Burgio e Salvatore Greco, imprenditori che in passato hanno denunciato le minacce ricevute da esponenti della mafia agrigentina. L’enorme scheletro di un’opera iniziata nella primavera dello scorso anno, però, giace solitario in attesa che gli operai possano ritornare a lavorare. Continua a leggere

“E’ il prestanome di Messina Denaro”. La DIA sequestra 1,5 miliardi a Vito Nicastri

14 Set

Vito Nicastri, in Sicilia, era il “re del vento”. Secondo la DIA in nome e per conto di Matteo Messina Denaro, che da tempo ha messo le mani sulla green economy. E’ lo scenario che emerge dal maxisequestro record da un miliardo e mezzo di euro messo a segno dalla Direzione investigativa antimafia nei confronti dell’imprenditore alcamese dell’eolico, il 54enne Vito Nicastri, titolare di diverse società nel settore delle energie alternative, che si era in qualche modo guadagnato quel titolo. “E’ stata fatta oggi la più grande operazione di sequestro dei beni ad un imprenditore nel Trapanese considerato vicino al boss Matteo Messina Denaro: sono stati sequestrati un miliardo e mezzo di euro”, ha confermato il ministro dell’interno Roberto Maroni. Continua a leggere

Pasta connection, 5000 ristoranti in mano ai boss

23 Lug

ENRICO BELLAVIA

È la più grande catena di ristoranti in Italia, conta almeno 5 mila locali, 16 mila addetti, e fattura più di un miliardo di euro l’anno. Non ha un marchio unico e i proprietari sono diversi. È la catena dei ristoranti dei boss. Spuntano lontano dai territori tradizionali, compaiono dietro marchi prestigiosi, hanno bilanci sempre in attivo. Gigantesche lavanderie alla luce del sole dei capitali del narcotraffico. Tutti insieme costituiscono una holding che ha dieci volte i ricavi del gruppo Sebeto (Rossopomodoro e Anima e Cozze), incassa 15 volte di più dei Fratelli La Bufala e un quinto di un colosso internazionale come Autogrill, che però di insegne ne ha 5.300 in 42 Paesi. Ma perché proprio i ristoranti? In che modo costituiscono un canale di riciclaggio? Quali sono i sistemi utilizzati? Continua a leggere